7 marzo 2015 – Percorsi per i genitori: una chiave di lettura della scuola nell’ultimo ventennio /2

imagesLe riforme della scuola sono sempre state strettamente relazionate all’andamento economico dello Stato. Con l’avvento della comunità europea le politiche sull’istruzione si sono uniformate verso un’offerta formativa sempre più orientata alle specialità, via via escludendo la visione di insieme del contesto sociale nel quale le persone interagiranno quando il percorso formativa sarà concluso. Con la confluenza nella scuola pubblica delle persone con disabilità, il contesto socio-economico diventa il campo d’azione per il confronto sui temi dell’integrazione scolastica e, contemporaneamente, sociale. Valutare le scelte del legislatore è una questione complessa. Diventa quindi necessario conoscere, mettendoli in relazione, alcuni dati per meglio comprendere il momento che stiamo vivendo, focalizzandosi in particolare sul tema vastissimo relativo a  “spesa sociale e crescita”.

Fatti e dati per comprendere i tagli.

Leggendo il “National Sheets on Education Budgets in Europe – 2014”, nel 2014 il budget stanziato dallo Stato all’istruzione (di ogni ordine e grado) è stato pari a 49.066.182.242 euro, incrementato dello 0,6 % rispetto all’anno precedente. Ma per comprendere l’andamento della spesa dello Stato nell’istruzione è innanzitutto necessaria una premessa sulla composizione della struttura educativa italiana rispetto alle altre nazioni europee; la necessità risiede nell’analisi della spesa nei diversi gradi scolastici. A tale scopo il documento The structure of the European education systems 2013/14: schematic diagrams, elaborato dalla Eurydice Network della Commissione Europea cui l’Italia partecipa con INDIRE, presenta la suddivisione dei gradi di istruzione che segue:

  • ISCED 0: educazione pre-primaria
    L’istruzione pre-primaria è definita come la prima fase dell’educazione organizzata. E’ dedicata ai bambini di almeno 3 anni.
  • ISCED 1: istruzione primaria
    Questo livello inizia tra 5 e 7 anni, è obbligatoria in tutti i paesi e, in generale, dura da quattro a sei anni.
  • ISCED 2: istruzione secondaria inferiore.
    Prosegue i programmi di base avviati a livello primario. Generalmente, la fine di questo livello coincide con la fine dell’istruzione obbligatoria.
  • ISCED 3: istruzione secondaria superiore
    Questo livello di solito comincia alla fine dell’istruzione obbligatoria. L’età di ingresso è di solito 15 o 16 anni. E’ necessario il completamento della scuola dell’obbligo. L’insegnamento è più orientato sulle materie rispetto al livello ISCED 2. La durata standard di questo livello 3 varia da due a cinque anni.
  • ISCED 4: istruzione non superiore post-secondaria
    Questi programmi si trovano a cavallo tra istruzione secondaria superiore e istruzione superiore. Servono ad ampliare la conoscenza di livello ISCED 3. Non è presente in Italia.
  • ISCED 5: istruzione superiore (prima fase)
    L’ammissione a questi programmi richiede il completamento del livello ISCED 3 o 4. Questo livello comprende programmi a orientamento accademico (tipo A), che sono in gran parte basata sulla teoria; e programmi di istruzione superiore con orientamento occupazionale (di tipo B), che sono generalmente più brevi rispetto ai programmi di tipo A essendo finalizzati all’ingresso nel il mercato del lavoro.

Segue poi l’istruzione universitaria.

Lo stesso documento offre questo schema di suddivisione per età e tipologia di istruzione:

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Parlando di disabilità, sono particolarmente interessanti le dinamiche inerenti la scuola primaria (ISCED1) e secondaria di primo grado (ISCED2), essendo questi i gradi nei quali si realizza la presa di coscienza di se e del gruppo, il primo momento di interazione con il mondo sociale organizzato nel quale può essere creata quella sensibilità, fratellanza, solidarietà e amicizia fondamentali per l’integrazione sociale della persona con disabilità. Oppure possono crearsi le barriere sociali, la discriminazione e la ghettizzazione. Beninteso, non solo della persona con disabilità.

L’assioma risorse = potenzialità di insegnamento di qualità a 360°, crediamo sia assodato. Lo dimostra una serie di documenti dai quali trarremo alcune conclusioni.

Secondo il Report ISTAT “L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali 2103-2014” il numero degli alunni con disabilità è in crescita, pari al 3,3 %, in linea con il trend degli ultimi 10 anni. Nell’anno in esame sono aumentati di 6.000 unità anche gli insegnanti di sostegno. Il rapporto previsto a livello di media nazionale tra insegnanti di sostegno e allievi con disabilità è quasi rispettato: 1,7 nella primaria e 1,9 nella secondaria. Il caso della Provincia di Bolzano è un caso a se stante, 1/4 – 1/5,7 essendo frutto sia della sperimentazione in atto (a nostro avviso negativa) sia, sempre secondo il rapporto ISTAT, del ricorso a più docenti di classe a causa del bilinguismo. Sarà interessante confrontare i dati sui risultati forniti dai fautori della sperimentazione con quelli sul campo, delle famiglie.

Alunni con disabilità - 19-dic-2014 - Testo integrale

Sempre seguendo il rapporto ISTAT, la qualità dell’integrazione scolastica si misura sulla continuità didattica, in altre parole aver il team insegnanti che non varia nell’arco degli anni. Ebbene, “per la realizzazione del progetto individuale è importante, che ci sia continuità nel rapporto docente di sostegno-alunno con disabilità, non solo nel corso dell’anno scolastico, ma anche per l’intero ciclo scolastico. Questo però non sempre avviene: sono, infatti, il 10,8% gli alunni con disabilità della scuola primaria che hanno cambiato insegnante di sostegno nel corso dell’anno scolastico, tale percentuale scende a 8,8 per gli alunni con disabilità della scuola secondaria di primo grado. Le percentuali aumentano drasticamente se si analizzano i cambiamenti di insegnante di sostegno rispetto all’anno scolastico precedente: il 44,1% degli alunni nella scuola primaria e il 39,8% in quella secondaria di primo grado“.

Quelli osservati sono dati riferiti alla disabilità. Il dato riflette, in misura accentuata per le ragioni anzidette, la tendenza della scuola nella sua interezza a non riuscire a mantenere la qualità educativa che fino a non molti anni addietro garantiva agli studenti italiani. Stiamo parlando dell’apprezzamento che, in generale, la cultura italiana aveva in patria e all’estero: pur non eccellendo come massa studentesca in discipline scientifiche/specialistiche e spesso senza neanche possedere ambienti architettonicamente di particolare qualità, la scuola pubblica italiana era in grado di offrire ottime caratteristiche di cultura generale.
In nome dell’uniformità scolastica internazionale, rispetto alla ricerca di evoluzione dell’insegnamento è prevalso l’appiattimento delle conoscenze verso una formazione acritica e, in definitiva, meno costosa in termini di impegno sia in termini di investimenti.

Grazie ad un’altra pubblicazione dell’Eurydice Network, Funding of Education in Europe 2000-2012. The Impact of the Economic Crisis, possiamo dare una prima misura dei finanziamenti all’istruzione effettuati in Italia e in Europa nel periodo dal 2000 fino al 2012.
Innanzitutto è significativo osservare l’andamento dei finanziamenti nella scuola tra l’anno 2000 e il 2012:

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Il grafico mostra l’andamento della spesa pubblica nell’istruzione, partendo dal dato del 2000 considerato come base 100. La Francia ha mantenuto un livello di leggera ma costante crescita, con una spesa però quasi doppia rispetto alla nostra, pari nel 2012 a euro 76.722.238.853; l’Inghilterra segue un trend in costante aumento, con un livello nel 2012 elevato in assoluto, pari a euro 85.152.459.077. La Germania segue il trend francese.

Il PIL italiano nel 2000 era pari a 1.198.292 milioni di euro, che diventano 1.572.243 milioni nel 2008 e 1.551.886 nel 2010. La spesa per l’istruzione nel 2000 è stata pari al 4,6% del PIL, da cui si evince che è stata di euro 55.121.432.000. Nel 2008, sempre pari al 4,6% del PIL, diventa euro 72.323.178.000, lasciando andare l’opportunità di far crescere la percentuale investita raggiungendo altri Stati più virtuosi del nostro, oltretutto con la decisa decrescita dell’investimento dovuta alla legge Finanziaria del 2008.

Nel 2011 il PIL è stato pari a 1.580.220 milioni di euro. (10)
La spesa per l’istruzione è stata il 4,2 del PIL, pari a euro 66.369.240.000.
Nel 2012 il PIL è stato pari a 1.565.916 milioni di euro. (11)
La spesa per l’istruzione è stata il 4,2 del PIL, pari a 65.768.472.000.
I dati del 2013 non sono ancora disponibili.

Ora, pur chiarendo che i dati sopra riportati risentono dell’approssimazione dovuta al trascurare i diversi valori di calcolo del PIL, ci sembra indispensabile (e doverso da parte del Ministero) fornire un dato certo e  verificabile sui tagli nella scuola compiuti fino ad oggi.

Proseguiamo. Lo schema sottostante riporta l’incidenza della spesa per l’istruzione sul PIL. (12)

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La tabella che segue mostra invece la percentuale di spesa delle Amministrazioni pubbliche (Incidenza percentuale sulla spesa pubblica) per l’istruzione sul totale in alcuni paesi europei ed extraeuropei, dal 1990 fino al 2008 in confronto al nostro. (13)

La_spesa_dello_Stato_dall_unit_d_Italia_

Un ulteriore dato autorevole proviene da una pubblicazione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico OCSE, in inglese Organisation for Economic Co-operation and Development,
OECD (2014), Education at a Glance 2014: OECD Indicators, OECD Publishing, e dalla scheda dedicata all’Italia, nella quale si legge:

La spesa pubblica per l’istruzione è diminuita, in parte compensata da finanziamenti privati. Nel 2011, la spesa per studente nella scuola primaria, secondaria e post secondaria non terziaria era inferiore del 4% rispetto al 1995. Nell’insieme, la spesa pubblica e privata per studente è aumentata in termini reali tra il 1995 e il 2008 (+8%) prima di registrare una netta diminuzione tra il 2008 e il 2011 (-12%).
Se la diminuzione della spesa pubblica non fosse stata parzialmente compensata dal finanziamento privato, la diminuzione delle risorse disponibili per le istituzioni del sistema d’istruzione sarebbe stata ancora più importante.

Tra i 34 Paesi esaminati con dati disponibili, l’Italia è il solo Paese che registra una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il Paese con la riduzione più marcata (5%) del volume degli investimenti pubblici tra il 2000 e il 2011. Comparativamente, durante lo stesso periodo, la spesa pubblica media dell’OCSE destinata alle istituzioni del sistema d’istruzione è aumentata del 38%.

Nel 2008, l’istruzione rappresentava il 9,4% del totale della spesa pubblica, mentre nel 2011, l’8,6% della spesa pubblica complessiva era dedicato all’istruzione.

Ripetiamolo, ne vale la pena: la media OCSE è aumentata del 38%. Da noi è diminuita del 5%! E si parla del periodo precedente i tagli del governo Berlusconi!!

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Va segnalato che nel 2013 l’investimento nella la scuola è aumento e la previsione per il 2014 rispecchia grossomodo l’anno precedente; tuttavia, questi aumenti derivano soprattutto dalla stabilizzazione degli insegnanti precari, anche di sostegno, che si sta cercando di organizzare.
Tuttavia vi sono due considerazioni importanti: la prima concerne i risultati del livello di istruzione generale del Paese, che nel 2012 era nelle posizioni di coda, con una percentuale di popolazione che, seppur in miglioramento, arriva a livelli di istruzione universitaria molto bassi se raffrontati al resto del mondo. In funzione di questo dato, che offre la misura del livello di competitività nel mondo, l’Italia non poteva che arrancare in momenti di difficoltà economica, esattamente quel che sta accadendo oggigiorno, con invece i paesi che hanno investito di più nell’istruzione che stanno ripartendo in termini di crescita economica. Stante il trend in atto da molti anni, il livello di investimenti sarebbe dovuto essere di ben altro tenore, come vedremo tra poco.

Un ulteriore dato al quale preme dare un significato concerne il finanziamento alla scuola osservato dal 2000 fino al 2012.

Sia osservandolo in generale, sia declinandolo sulla disabilità, questo dato evidenzia una tendenza allarmante per diversi aspetti: se da un lato c’è la ricerca del contenimento dei costi cercando contemporaneamente il superamento di alcune tare storiche del sistema scolastico, prima tra tutte la precarietà che provoca il turnover annuale degli insegnanti di sostegno (e la mancata continuità), le modalità per ottenerlo ignorano due aspetti: è irrazionale pensare di riuscire a stabilizzare una massa considerevole di docenti senza risorse adeguate; se in passato il rispetto delle norme sul lavoro fosse esistito nell’ambito scolastico, oggi non saremo qui ad accapigliarci su disegni di legge che cercano, correttamente, la continuità, ma ignorano il contesto socio economico con conseguenze che, puntualmente, rischiano di ricadere sulle persone che si vorrebbe tutelare, in questo caso proprio in termini di quell’isolazione che si ipotizza di risolvere.
In secondo luogo, la peculiarità che fino a fine XX secolo hanno contribuito ad una qualità indiscussa dello studente italiano (ovviamente quello che si impegna), che alla preparazione specifica privilegiava una cultura e visione d’insieme difficilmente riscontrabile in altre nazioni; particolarmente apprezzata all’estero, se ne sta perdendo traccia nell’appiattimento agli standard verso saperi settoriali e comunque con percentuali di accesso all’istruzione avanzata, come detto, ancora troppo bassi.
La tendenza negativa del basso livello di istruzione nel nostro Paese non sarà certo invertita con le attuali politiche di investimento, sia con quelle che si ipotizzano.

Nel 2012, la percentuale di 25-34enni in Italia senza diploma del secondario superiore (28%) era la terza più alta dei Paesi EU21, dopo Portogallo (42%) e Spagna (35%) ed era molto più alta rispetto alla media dell’OCSE del 17,4% e alla media del 15,7% degli EU21.
Nel 2012, il tasso di laureati tra i 25-34enni è stato il quartultimo dei Paesi dell’OCSE e del G20 con dati disponibili (per i tassi di laureati l’Italia si colloca al 34° posto su 37 Paesi).

La prospettiva della disabilità offre uno spunto ulteriore: limitare il finanziamento alla scuola ha portato alla deplorevole pratica di ignorare le norme, almeno finché i tribunali non richiamano il Ministero e i dirigenti alla legalità, come abbiamo visto con notevoli costi a danno della collettività.

La riduzione dei finanziamenti ha causato un aumento del volume burocratico nelle scuole, anche per la ricerca necessaria di usare i pochissimi fondi rimasti, con la conseguenza di dimenticare spesso e facendo confusione nell’abc dell’integrazione scolastica: i GLH operativi e di istituto vengono dimenticati, sottraendo in tal modo alle famiglie l’unico vero strumento di compartecipazione alla via scolastica dei figli con disabilità, togliendo la possibilità, importantissima, di parametrare il lavoro svolto a scuola con quello a casa. Ultimamente, con l’entrata in vigore della Direttiva MIUR 27/12/2012 e la circolare n.8/2013, si confondono i GLHI con i GLI, di fatto senza poter più discutere dei temi concreti della disabilità, soprattutto per mancanza di tempo.

I PEI sono documenti sempre più spesso sterili e non vengono controllati dalla scuola, tarpando lo strumento principale per raccogliere le necessità educative della persona con disabilità quali elementi fondamentali per il suo Progetto di Vita.

Non esistono controlli significativi e degni di questo termine sia in merito alla quantità dei GLH e PEI, sia, soprattutto, alla qualità dei lavori svolti e dei documenti elaborati.

Anzi, un ragionamento che tralasciamo di approfondire per pietà verso il nostro stesso Paese è il dato degli ispettori ministeriali: l’autonomia scolastica prima e i tagli poi hanno pressoché estinto questa professionalità. In un sistema sociale democratico è illusorio pensare che tutti, volenti o meno, facciano o sappiano fare il lavoro loro assegnato; quella del controllo è una funzione tassativa per mantenere un livello adeguato di equità ed efficienza del sistema, garantendo contemporaneamente la legalità. Toglierlo non poteva che provocare quanto denunciato sopra.

Consideriamo come pratica discriminatoria per l’aggravio ingiustificato di costi per lo Stato e i cittadini, il particolare accanimento rivolto con puntiglio alla disabilità, con l’istituzione della commissione per la certificazione di disabilità ai fini scolastici. Un esempio di come chi dirige la pubblica amministrazione non sia in grado di utilizzare le informazioni, le risorse e le professionalità, sia della scuola che di quelle interdisciplinari, offerte da sempre, dal sociosanitario. Il motivo di tali commissioni sono di rivedere il dato della certificazione ai sensi della Legge 104/92, a nostro avviso non tanto per non essere in grado di leggera e interpretarla, ma, come provano i fatti riportati dalle famiglie, solo con lo scopo di cercare di limitare il più possibile l’offerta della scuola pubblica. Forse le certificazioni si possono rendere più chiare? Perché voler limitare invece di offrire tutto il supporto possibile a persone cui può solo giovare una crescita personale ottimizzata alle proprie capacità? Si dovrebbe andar oltre la rigidità del rapporto 1:2 tra insegnante e allievi con disabilità, che provoca anche una limitazione importantissima laddove le necessità cambino nel corso dell’anno scolastico, senza che la scuola possa o sappia scrollarsi di dosso la rigidità del binomio offerta formativa prestabilita e insegnanti assegnati. Si scorgono sempre motivazione di carattere economico, in funzione di limitare i costi.

Nel periodo 2008/2012 si è riscontrato l’aumento del numero medio di studenti per docente.

Tra il 2008 e il 2012, le principali economie che hanno permesso di ridurre la spesa per studente nella scuola elementare e secondaria del 12% provengono dalla riduzione del costo salariale per studente di circa il 15% nella scuola primaria e di circa il 20% nella scuola secondaria inferiore.

Avere la disponibilità di persone capaci di mettersi in gioco nei diversi aspetti pedagogici che una persona con disabilità richiede, va nella direzione opposta al trend sopracitato. Sono bisogni che variano di volta in volta secondo modalità e tempistiche soggettive, dipendenti dal bisogno educativo che muta con le materie oltre che dalle difficoltà personali.

Crediamo che la mannaia dei tagli abbia colpito la disabilità in modo vergognoso e incivile, con ricadute consequenziali per tutti gli studenti, senza la capacità di saper gestire in modo assennato la scuola, mandando in crisi un sistema che a sua volta innesca un effetto domino per il futuro, quanto meno, del nostro Paese.

Andiamo avanti. Se il 2008 rappresenta il punto di inversione negativa, è evidente che qualsiasi ragionamento non può prescindere dalla crisi economica che stiamo vivendo. Il dato del Prodotto Interno Lordo indica macroscopicamente l’andamento dell’economia nazionale; come si può osservare dal grafico sottostante relativo all’andamento del PIL nazionale ed europeo, l’economia dell’Unione inizia la flessione ben prima del 2008, anno horribilis dal quale si fa partire la crisi attuale, toccando un punto negativo drammatico nel 2009.

PIL_Italia_2000-2011

Il dato italiano vede dal 2000 in vanti acuirsi il divario con il dato europeo nonostante una politica di tagli alla spesa pubblica costante e vigorosa.

È importante chiedersi se dei tagli ce ne sia stato e ve ne sia tutt’ora l’effettivo bisogno per riportare competitività nel Paese e uscire dalla crisi economica. Ebbene, ci sono interessanti analisi per le quali tagliare la spesa pubblica (nella quale rientra quella per l’istruzione) non solo non è una soluzione per quel fine, ma è un non problema, essendo a livelli in assoluto contenuti.

Diversamente da quanto spesso si afferma, i problemi delle finanza pubblica italiana e dell’economia italiana non stanno in un eccesso di spesa statale. Per ciò, continuare con la vecchia ricetta dei tagli alla spesa pubblica rischia di lasciare pericolosamente nell’ombra le cause di fondo dei problemi italiani, che riposano nelle distorsioni del meccanismo delle entrate, nella scarsa competitività del nostro apparato produttivo, nell’insufficienza della domanda aggregata.
Il moltiplicatore fiscale della spesa è ben maggiore rispetto al moltiplicatore delle tasse. E ciò significa che ulteriori tagli alla spesa pubblica rischiano di avere un effetto negativo sul PIL maggiore di quanto sia l’effetto espansivo dovuto all’abbassamento della pressione fiscale. Insomma, la spesa pubblica italiana non è elevata. In una grave crisi come quella che stiamo affrontando, bisognerebbe andare ben oltre i vincoli europei sulla finanza pubblica ed espandere la spesa. Essa andrebbe poi ampiamente riqualificata. Di certo, non tagliata.
(14)

Il grafico che segue evidenzia che la spesa italiana per il welfare e per i servizi pubblici in generale è sensibilmente più bassa rispetto ai Paesi di riferimento dell’eurozona.

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La spesa pubblica reale per cittadino si ottiene partendo dal valore della spesa pubblica totale – comprensiva quindi anche della rilevante quota di interessi – in termini reali e rapportando questo valore alla popolazione. (14) Pur non essendo in zona euro, ma rappresentativa di una buona gestione del welfare, la Svezia, al cambio, ha una spesa procapite pari a 22.550 euro, circa il doppio rispetto la nostra che è di 11.629 euro nel 2013. Se consideriamo che la Svezia ha una pressione fiscale quasi uguale alla nostra, è evidente che da noi qualcosa non torna.

Utilizzando il deflatore del Pil fornito da Eurostat (GDPpi) e tenendo conto della popolazione, possiamo individuare l’andamento della spesa pubblica pro capite a prezzi costanti. I risultati sono riportati nella figura sottostante:

Spesa Reale (GDPpi, 2005 = 100) Pro Capite, Indice (Germania, Italia e Regno Unito 1991 = 100; Francia e Spagna 1995=100)

Dunque, l’unico Paese nel quale si è verificata, nell’ultimo ventennio, una diminuzione della spesa reale pro capite è l’Italia. Per effetto di tale diminuzione, largamente concentrata nei primi 5 anni del periodo, nel 2010 la spesa reale pro capite era inferiore di quasi un quinto rispetto al valore del 1991. Usando un deflattore che Eurostat calcola su un paniere rappresentativo dei consumi finali della PA (FCEGGpi), il risultato è ancora più marcato: nel 2010, l’indice della spesa reale pro capite sarebbe, in quel caso, pari a 77.3. (14)

Approfondendo il dato nelle principali voci di spesa pubblica e mantenendo il raffronto con le principali economie europee, si può notare quanto l’istruzione segua l’andamento sopracitato, influendo negativamente nelle prospettive future di qualità sociale:

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Per completezza merita citare il dato dell’indebitamento dello Stato: l’Italia, con un poco invidiabile 120,7% del PIL (media EU-27 pari a 82,5 nel 2011) è il secondo Paese in area euro con il maggior debito pubblico dopo la Grecia.

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Un ulteriore dato è il disavanzo pubblico, ovvero il “rosso” dello Stato, l’eccedenza delle uscite sulle entrate, per il quale il nostro Paese è nella media della, ahinoi, generale negatività europea: -3,9% del PIL (media EU-27 pari a -4,4%).

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Tirando le somme, nel contesto della visione strategica italiana l’urgente bisogno è di spendere meglio, non di meno. E in un ambito cruciale quale l’istruzione, spendere meglio significherebbe quantomeno correggere gli errori di taglio delle risorse che una politica ignorante ha inferto alla scuola. Reimmettendo ciò che è stato tolto nelle passate e nella corrente legislatura, offrendo una possibilità per il futuro dei cittadini italiani; sia, di conseguenza, poter finalmente assicurare i fondamentali di quell’integrazione scolastica e sociale delle persone con disabilità che i legislatori elaborarono ormai ben più di venti anni fa.
Si tratta di propositi condivisi fin da tempi non sospetti a scala mondiale in tutti gli ambiti di studio economico, secondo i quali in una democrazia solo la presenza attiva dei sistemi di controllo e controbilanciamento possono permettere una spesa sociale equa e che non superi i limiti di guardia. Elementi che nel nostro Paese latitano drammaticamente, in particolare per quanto concerne proprio nel controllo.

Infine un ultimo sguardo sul sistema di avviamento al lavoro, ragionando quindi trasversalmente tra scuola e inserimento lavorativo. Dall’esame dei sistemi educativi emerge che l’Italia è uno dei pochi Stati dove la scuola ignora il rapporto con la vita lavorativa. Non a caso è un triste ma reale adagio l’affermare che la scuola non prepara al lavoro. Negli schemi che seguono vengono evidenziati i periodi di contemporaneità di studio e stage lavorativi in alcune nazioni. Va detto che l’Italia non è la sola a ignorare il mondo del lavoro nei programmi della scuola pubblica: Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovenia, Slovacchia, Svezia, Turchia, Montenegro, ci fan compagnia; mentre Belgio, Bulgaria, Danimarca, Germania, Irlanda, Grecia, Spagna, Francia, Croazia, Cipro, Lussemburgo, Ungheria, Malta, Olanda, Austria, Portogallo, Romania, Finlandia, Regno Unito, Islanda, Liechtenstein, Macedonia, Norvegia, Serbia, Bosnia Herzegovina, lo prevedono.

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La drammaticità crescente in cui versa l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità è senz’alcun dubbio figlia anche della sottovalutazione dell’importanza dell’avvicinamento alla realtà lavorativa fin dalle scuole secondarie. Innumerevoli ragazzi potrebbero sfruttare le loro qualità avendo anche il tempo di affinarle senza tempi concitati, minimizzando il fattore dell’ansia, spesso esplosivo nel contesto lavorativo.
Questo aspetto riguarda tutte le disabilità, sia di coloro in grado di offrire professionalità eccellenti, sia con difficoltà più elevate.

Se l’ignorare un legame con l’esperienza lavorativa è un danno certo per la nazione, lo diventa in modo ancor più drammatico per la disabilità, per molteplici aspetti. Non basterebbe un libro per elencarli; in estrema sintesi, la possibilità di graduare un’attività alle effettive possibilità della persona con disabilità, anche pensando a quanto scritto in merito ai BES; indirizzare le famiglie verso una formazione preziosa prima del termine della scuola; scegliere un’istruzione superiore consona alla persona e al percorso che farà nella società. Ma tutto ciò si scontra con il disinteresse della guida politica (ma anche economica) del Paese e con la frenesia del risparmio, che presumibilmente renderanno difficile l’implementazione di questa opzione nelle scuole.

E oggi? Cosa si fa e com’è la situazione della scuola?

De “la buona scuola” del Governo Renzi abbiamo già scritto. Preferiamo per ora non aggiungere altro se non, come scritto inizialmente, rimandare a questo documento che confronta la proposta governativa con quella condivisa di iniziativa popolare; pur senza esaminarle qui, vale la pena rimarcare che entrambe trattano di disabilità in modo “tangenziale”, senza entrare in alcuni, secondo noi, necessari approfondimenti (ancora leggiamo “diversamente abili”….). Auspichiamo che la scuola “faccia scuola” anche sotto il profilo legislativo, con una legge che non necessiti di rimandi che mai arrivano rendendo inefficace e alla mercé del politico di turno il futuro della nazione. La convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità e l’ICF, checché se ne dica sono tutt’ora materia oscura per troppe persone. 

Ciò che preoccupa è che tutte le parti politiche sono fin qui state legittimate a una progressiva erosione dei diritti delle persone con disabilità, e non solo per la scuola, approvata grazie al sistema dello sbandierare come positivi tagli inferiori a quelli annunciati. Ma sempre di erosione di diritti previgenti si tratta, una via che termina inevitabilmente con briciole inutili, e a legittimarle sono i voti delle elezioni politiche.

I proclami dell’attuale governo dovranno essere verificati nel tempo. Preferiamo ragionare sui fatti. Delle promesse non ce ne facciamo nulla e sarebbe più furbo tenersele per sé, visto che quelle fatte fino ad oggi sono state funzionali a tappare solo alcune mancanze risibili rispetto alle necessità.

Oltre i proclami tanto di moda, la Legge di Iniziativa Popolare per la scuola pubblica, nata nel 2005 in contrapposizione alla riforma Moratti, ha il pregio di essere definita da una consultazione realmente di ampio respiro ed effettuata in un decennio di discussioni. Forse l’assenza di volontà di aprire ai privati ha determinato il lavoro svolto dall’attuale governo, che non tiene contro di quanto già compiuto sul campo da docenti, famiglie e studenti.

Ragionando sulla disabilità, se per “la buona scuola” la disabilità è un fatto risolto sbrigativamente in poche righe, nella LIP si ripropongono alcuni concetti che dovrebbero essere già attuati da tempo in tutte le scuole. Ci si augura che sia una riaffermazione implicita della bontà dell’impianto normativo esistente che, lo ripetiamo, è di rilevanza assoluta a livello internazionale.

Infine crediamo che, nonostante tutto, sia possibile programmare l’inclusione scolastica integrandola con una didattica moderna nel solco della continuità. Ma le risorse devono essere pretese pena una nuova stagione di isolamento; e nel frattempo a scuola ci sono i nostri figli. Diventa quindi fondamentale per i genitori essere parte attiva negli organi collegiali della scuola, cercando da un lato di bilanciare i progetti con le risorse disponibili, dall’altro di aumentare l’importanza delle proposte e delle richieste della componente dei genitori, formandoli sulle responsabilità e sui ruoli che possono assumere.

Qualche conclusione.

Riassumiamo:

  • lo Stato italiano ha una spesa pubblica contenuta e distribuita irrazionalmente, con ampi spazi per eliminare sprechi che generano un diffuso malaffare (ma vale anche viceversa) che pervade in misura sempre maggiore il rapporto pubblico-privato;
  • sulla scuola, di riforma in riforma si è tagliato tanto e sono previsti ulteriori tagli in termini di personale e su voci, tra l’altro, sensibili per la disabilità;
  • e sulla disabilità, le norme sull’integrazione scolastica non sono mai state applicate nella loro interezza;
  • a differenza delle altre nazioni con le quali ci confrontiamo, in Italia si è tagliato sull’unico sistema che può garantire il futuro del Paese;
  • nella programmazione politica non si parla di quanto sia necessario spendere meglio e di più sull’istruzione;
  • affermare che serve ricorrere al privato per dare ossigeno alle risorse della scuola non ha senso, giacché il privato trova nel profitto il proprio ossigeno, che significa ampliare il costo della scuola, non certo diminuirlo o migliorarlo;
  • non esistono interventi a costo zero. Affermare il contrario è forviante e portatore di soluzioni inadeguate che, sul lungo periodo, generano dinamiche distruttive per lo Stato;
  • nella disabilità tutto si ripercuote in modo amplificato. Le soluzioni sulla scuola sono superficiali e generaliste. Si discutono riforme senza tenere presente quanto sopra, soprattutto del fatto che solo risorse adeguate possono creare le basi per innovazioni virtuose anche per le persone con disabilità.

Se ancora non fosse chiaro, il filo logico di questo scritto mira a rendere esplicita la volontà di taluni di lucrare sulla scuola pubblica infischiandosene del futuro (non solo) dei nostri bambini e ragazzi, della Costituzione, della Convenzione ONU dei diritti delle persone con disabilità e delle leggi attualmente vigenti. La politica abdica il ruolo conferitogli dai cittadini italiani sui presupposti della Carta, inchinandosi al privato in modo sempre più sfacciato, con soluzioni a falsi bisogni, ribaltando, modificandolo, il senso dell’essere collettivo della Costituzione italiana. Nel pantano politico/economico prevale il sistema di informazione su affermazioni plausibili ma deviate, generando confusione e un “tutti contro tutti” che porta a ignorare sia l’allontanamento dell’integrazione scolastica, sia l’ormai gravissima situazione economica nella quale la scuola pubblica sta naufragando.

In questa lunga parabola, sembra quindi concretizzarsi quella trasformazione di un diritto in un servizio a domanda, di cui parla Marco Piemontese in un articolo utile soprattutto alle belle addormentate che ancora non riescono a vedere oltre il limite della loro cattedra. (16)

Come Genitori Tosti chiediamo perchè non aver voluto mettere in pratica fino in fondo la normativa esistente sull’integrazione scolastica? Quale motivo soggiace al recente impulso di voler cambiare le leggi? Affermare che mancano risorse è falso e la legge stessa non lo consente. Il che significa che devono essere date le CONDIZIONI e le RISORSE per farlo, ma anche che i docenti TUTTI prendano coscienza di essere all’interno di un sistema formalmente inclusivo e che bisogna formarsi ANCHE sulla disabilità.
L’amara verità è che stanno prevalendo interessi diversi e distanti dal bene delle persone con disabilità.

Crediamo si debba tornare rapidamente sui passi percorsi. Beninteso, il processo di destrutturazione del bene pubblico è parte di un andazzo che interessa i principali settori, dalla sanità ai beni demaniali e a quelli essenziali. È un problema culturale che dovrebbe essere la priorità del governo di uno Stato, essendo l’uomo un essere che vive nella collettività, nella condivisione dei beni, delle gioie e delle difficoltà in tutto il ventaglio di situazioni che la vita ci propone.

È prioritario interrogarsi non solo sul come la scuola sia giunta fino ad oggi e sul perché le soluzioni proposte siano pressoché totalmente nel verso del regalare un capitale dal valore inestimabile agli sciacalli per due lire (manco euro!); ma diventa urgente considerare la funzione della scuola pubblica ancor’oggi risorsa insostituibile nel momento principale di crescita delle persone. Scuola che per le persone con disabilità e le famiglie è sempre più l’unico e ultimo ambito dove essere integrati, come si scriveva poc’anzi, con una qualità “alta”.

Riflettiamo bene su come immaginiamo i nostri figli al termine del loro percorso scolastico. E a quanti si accaniscono con la scelta di farlo durare più a lungo possibile chiediamo: cosa c’è dopo? Desideriamo così intensamente rivedere i nostri figli nello spettro delle scuole speciali? Crediamo che ognuno debba interrogarsi costantemente sul loro futuro. Le famiglie allargate di un tempo dove l’accudire rientrava nella normalità, non esistono più. Gli SFA, Servizi di Formazione all’Autonomia, i CDD, Centri Diurni Disabili, i CSE, Centri Socio-Educativi, le RSA, Residenze Sanitarie Assistenziali, eccetera, hanno avuto un’importanza strategica da trenta/quarant’anni, quando il nulla era l’alternativa alla famiglia; le risposte dello Stato sono state reali, funzionali e di qualità. In questi giorni si assiste a una mortificazione di questi preziosissimi servizi: seguendo la moda (o gli ordini?) dell’evitare di protestare, i comuni preferiscono l’adagio della mancanza di fondi e, di conseguenza, di diminuire il personale professionale nei centri, che porta alla chiusura dei servizi. Per non far parola delle strategie per le disabilità meno gravi, per le quali c’è il vuoto pneumatico. Slegati dal contesto sociale e lavorativo, questi servizi quanto sono e saranno appetibili alle famiglie? E’ il momento di chiederci cosa significhi oggi “autonomia”, quale valore occupi nella società odierna e in quella, probabile, di domani. Non è più solo il momento di progettare il “dopo di noi”, quanto ri-progettare il “mentre di noi”, quell’oggi dove la scuola può offrirsi quale fulcro dove elaborare un vero Progetto di Vita della persona con disabilità. Docenti, dirigenti scolastici, politici e famiglie non dimentichino che il futuro sociale delle persone con disabilità (e delle famiglie) dipende dalle scelte che la scuola compie sulle singole persone. Quando non viene offerto “il massimo”, quando la persona con disabilità è l’oggetto per l’isolamento, scherno e bullismo, il suo futuro viene compromesso in partenza; con lui quello della sua famiglia.

La storia ha insegnato che siamo in uno Stato di (quasi) diritto dove ogni istituzione cela personaggi che con calibrata crudeltà rivangano passati terribili ma sempre, ahinoi, presenti.

Il mondo è un luogo iniquo, e al giorno d’oggi ci troviamo ad affrontare una contraddizione malata. Abbiamo una cultura della colpa: ogni evento ha un colpevole, e la colpa quasi sempre porta con sé un cartellino con il prezzo. D’altro canto, però, viviamo in una cultura in cui nessuno si prende la responsabilità, nessuno alza la mano e dice: “Sì, sono stato io”o “Sì, sono colpevole”. (17)

Potrà sembrare incredibile che da quei tribunali ai quali molte famiglie affidano il riconoscimento di diritti negati dal MIUR possano scaturire sentenze fuori dal solco del buon senso della maggior parte dei giudici italiani. È il caso del TAR siciliano, che con la Sentenza n. 617 del 17 novembre 2014 lascia intendere che il sostegno scolastico possa non esser più un diritto degli allievi con disabilità e possa essere “scaricato” sulle spalle delle famiglie. Eppure questo è uno dei tanti casi che ogni anno le persone con disabilità, le loro famiglie e le associazioni come la nostra si trovano a dover combattere per rimettere in prima fila il diritto sancito da leggi e Costituzione. Se dovremo lottare nell’interpretazione della legge con la legge, faremo anche questo, però ci si lasci affermare che questo indirizzo porta il germe della discriminazione: la sentenza siciliana, figlia del pensiero che crede che il compromesso sia l’unica via percorribile (fatale nei settori più delicati come la disabilità) lascia infatti aperte interpretazioni ai limiti della discriminazione più profonda; ci si può solo augurare di leggere in tempi rapidi un chiarimento.
Era il 2010 quando leggevamo della trasformazione di un diritto in un servizio a domanda. È il 2015 e siamo sempre più in quella direzione.

In chiusura, un pensiero espresso in epoca di dimensionamento scolastico:

Chiediamo che non si sommino errori ad errori. Legiferare per mettere una barriera ai sacrosanti diritti delle persone con disabilità rappresenta un’eversione ideologica e uno sperpero di denaro pubblico, sia per il tempo che si sta buttando (sono ormai anni che ci lavorano e provano), sia perché se mai il Governo riuscirà a legiferare in tal senso, che si trovi o meno l’unità nel mondo della disabilità i costi che tutto il Paese sopporterà per tornare allo stato attuale saranno assai ingenti. Perché ci torneremo, siatene certi.
Non permetteremo mai a nessuno con queste idee di distruggere nel silenzio il lavoro faticosamente realizzato in anni di storia, anche con il contributo dei padri degli attuali governanti; un lavoro, una memoria che in questi giorni si sta vilmente azzerando.

In una società dove in nome del denaro tutto si può, la povertà è il male più efferato che si può pensare di causare alle persone. Diventa un crimine nei confronti di chi ha una disabilità. Tutto e solo in nome del dio denaro. (18)

https://prezi.com/embed/lfftrhd2ctm7/?bgcolor=ffffff&lock_to_path=0&autoplay=0&autohide_ctrls=0#
Bibliositografia

(1) http://www.studiolegalemarcellino.it/attachments/article/127/Il%20sostegno%20e%20le%20manovre%20finanziarie.pdf

(2) http://www.tuttoscuola.com/portali/iscrizioniscolastiche/archivio-24607.html
http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2009/gen2009/cosa_cambia.htm
http://www.edscuola.it/archivio/ped/autonomia/autonomia_scolastica.pdf
http://www.edscuola.it/archivio/ped/dimensionamento.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Discussione:Scuola_primaria_in_Italia

(3) Cosimo De Nitto, Scuola: super autonomia o super centralismo?
http://pensoscuola.blogspot.it/2015/01/scuola-super-autonomia-o-super.html

(4) ISTAT, Anno scolastico 2013-2014 – L’integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado statali e non statali.
http://www.istat.it/it/files/2014/12/Alunni-con-disabilit%C3%A0.pdf?title=Alunni+con+disabilit%C3%A0+-+19%2Fdic%2F2014+-+Testo+integrale.pdf

(5) Serena Labonia, Tiriamo le somme: i danni della legge 53/2003 riforma Moratti, in Meridiano scuola 18 marzo 2004.
http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2004/mar2004/tiriamolesomme.pdf

(6) I danni della manovra di bilancio, quelli della “riforma
http://www.edscuola.it/archivio/handicap/scuola_danni.htm

(7) Maria Grazia Fiore, Tra fiocchi, rotoli e fusi: l’album dei ricordi
http://speculummaius.wordpress.com/2010/04/12/tra-fiocchi-rotoli-e-fusi-lalbum-dei-ricordi/
http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2004/mar2004/tiriamolesomme.pdf

(8) Irene Menegoi Buzzi-Donato, Conoscere il passato per capire il presente, in “Servizi di Senso, Esperienze e prospettive dei servizi lombardi per la disabilità sensoriale”
http://www.cittametropolitana.mi.it/export/sites/default/affari_sociali/Allegati/Servizi__di_senso_1.pdf

(9) Intervista ad Irene Menegoi Buzzi-Donato
http://www.pioistitutodeisordi.org/wp-content/uploads/2014/12/GT_2014_5_Dicembre.pdf

(10) ISTAT – PIL E INDEBITAMENTO AP – Prodotto interno lordo, indebitamento netto e saldo primario delle Amministrazioni pubbliche 2012

http://www.istat.it/it/files/2012/03/CS_pil-indebitamentoAP-2012.pdf?title=Pil+e+indebitamento+AP+-+02%2Fmar%2F2012+-+Testo+integrale.pdf

(11) ISTAT – PIL E INDEBITAMENTO AP – Prodotto interno lordo, indebitamento netto e saldo primario delle Amministrazioni pubbliche 2013

http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCN_AGGRPIL

(12) Ministero dell’Economia e delle Finanze, La spesa pubblica in Europa anni 2000-2013
http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Analisi_e_valutazione_della_Spesa/La-spesa-pubblica-in-Europa/La_spesa_pubblica_in_Europa2000-2013.pdf

(13) Ministero dell’Economia e delle Finanze, LA SPESA DELLO STATO DALL’UNITÀ D’ITALIA, Anni 1862-2009
http://www.rgs.mef.gov.it/_Documenti/VERSIONE-I/Pubblicazioni/Studi-e-do/La-spesa-dello-stato/La_spesa_dello_Stato_dall_unit_d_Italia.pdf

(14) Stefano Perri, Riccardo Realfonzo, Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta, 01 aprile 2014
www.economiaepolitica.it/tag/evasione-fiscale/

(15) Peter H. Lindert, Spesa sociale e crescita, Università Bocconi editore, 2007.
Elaborando una mole impressionante di dati, molti dei quali inediti, e adottando un approccio che miscela l’analisi storica, economica e politica, Lindert conclude che la spesa sociale si sviluppa laddove crescono la democrazia, la longevità e la prosperità economica. Se è, perciò, vero che il welfare state, in Occidente, ha smesso di svilupparsi dagli anni ’80 del Novecento, nel prossimo futuro non si assisterà a un suo ridimensionamento, se non nei paesi che soffriranno di gravi crisi economiche. Persino la spesa per le pensioni è destinata a non contrarsi, anche se il numero crescente di pensionati costringerà a ridurre i benefici individuali.
http://www.stampa.unibocconi.it/articolo.php?ida=1353&idr=6
Peter Lindert, economista della University of California a Davis, visiting professor a Cambridge e Harvard, si è occupato di storia economica, in particolare di reddito e di povertà.

(16) Maria Grazia Fiore, Tra fiocchi, rotoli e fusi: istantanee del declino del sistema scuola
http://speculummaius.wordpress.com/2010/04/12/tra-fiocchi-rotoli-e-fusi-istantanee-del-declino-del-sistema-scuola/

(17) Sam Pivnik, L’ultimo sopravvissuto, Newton Compton ed., 2012

(18) Giovanni Barin, No a questo “gioco al bersaglio” sulla disabilità
http://genitoritosti.blogspot.it/2012/07/il-nostro-no.html
http://www.superando.it/2012/07/04/no-a-questo-gioco-al-bersaglio-sulla-disabilita/

Eurydice – Facts and Figures, National Sheets on Education Budgets in Europe 2014

http://eacea.ec.europa.eu/education/eurydice/documents/facts_and_figures/National_Budgets.pdf

OECD (2014), Education at a Glance 2014: OECD Indicators, OECD Publishing.
http://dx.doi.org/10.1787/eag-2014-en

OECD (2014), Education at a Glance 2014: OECD Indicators, OECD Publishing – Scheda Paese Italia
www.istruzione.it/allegati/2014/Italy-EAG2014-Country-Note-italian.pdf

Eurydice – The structure of the European education systems 2013/14: schematic diagrams

Stefano Perri, Riccardo Realfonzo, Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta.www.economiaepolitica.it/tag/evasione-fiscale/ – 01 aprile 2014

http://www.edscuola.it/archivio/ped/dimensionamento.html

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